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mercoledì 14 settembre 2022

SOMOS FRUTILLAS - CAP 12


 

Sono tornate le vespe muratrici. Ne ho sentita una ieri pomeriggio, mentre mia madre finiva di infilare nelle scatole del trasloco le ultime pile di abiti invernali. 

Siamo a giugno, sono stata promossa e questo ha portato sulla mia spalla questo cerotto ingombrante.

Con noi c’è papà: è arrivato a sorpresa una settimana fa e abbiamo preso un appartamento di Airbnb dove ricompattare i racconti di questo anno di diaspora e celebrare la nostra riunione.


Papà ha detto che ormai che siamo tutti in Europa, lui propone di raggiungerlo a Zurigo. La città è incantevole in estate, con le attività sull’acqua e l’aria fresca. Se ci piacesse potremmo prendere un appartamento più grande e viverci insieme tutto l’anno.
La mamma non si sbilancia ma sto provando a leggerla per capire se preferisca restare a Prato o se voglia rientrare a Buenos Aires. Ieri ci ha informato che ha trovato un inquilino per il piano di sotto della nostra casa nel quartiere Palermo.
Pare che la signora Wang abbia intenzione di tornare per un semestre in Argentina.


Io sono un’adolescente con un fidanzato e abbiamo iniziato ad andare a letto insieme. Dove volete che voglia andare. Leonardo continua a dimostrarsi un ragazzo deciso e pieno di qualità nascoste. Non mi annoia anche se non fa tanto rumore. Stasera andiamo in un locale BBQ cinese in via Luti e lo presento a papà.


L’altro giorno ho trovato Ayida per caso. Stavo andando alla biblioteca Lazzerini e lì di fronte, nella Saletta Campolmi, stava per iniziare un evento di arte contemporanea. Lei era accanto ad una finestra, in attesa, ed io mi sono messa vicina, senza dire una parola. Lei non ha battuto ciglio, ma non è nemmeno andata più in là.


Eravamo in attesa della performance Instinctive Reaction di Peng Shuai Paolo. Un bel ragazzo in mutande è entrato e si è seduto su una sedia bianca. Ha iniziato a mangiare un intero casco di banane. Era una metafora di quando ti sforzi di assimilare a grosse boccate una cultura diversa dalla tua. Ogni gesto è innocuo ma puoi esagerare fino a stare male.


Ayida era tesa e concentrata. Secondo me era lì per qualche secondo fine, ma intanto si è beccata una performance scomoda. Due signore accanto a me hanno spiegato perché l’artista aveva scelto proprio la banana. Nella visione cinese, il giallo della buccia rappresenta la pelle, il colorito, l’origine etnica. Il frutto bianco invece rappresenta l’interno della persona, il pensare “bianco”, l’appartenenza culturale occidentale. Questa condizione bicolore non ti fa appartenere completamente a nessuno dei due gruppi, non sei né bianco né giallo ma in bilico. L’impressione che mi è arrivata è quella di un’esperienza dolorosa.


Questa sofferenza che si ripete arrivava anche da una voce che sentenziava una serie di parole giudicanti sulle “persone banana”, sia in italiano che in cinese. Queste parole sporcavano la sedia bianca su cui l’artista sedeva, rendendo il suo appoggio un ponte scomodo con la realtà.


Quando è finito, Ayida non si è mossa. Aveva gli occhi lucidi. Ho preso un fazzoletto dalla tasca, gliel’ho dato e sono andata in biblioteca. Quando sono uscita l’ho intravista da lontano. L’aveva raggiunta Yun, il fidanzato, ed erano seduti al tavolo del bar a bere qualcosa con un gruppetto di artisti.

Sono passata vicino ma hanno finto di non conoscermi. O non mi hanno visto.


Provo a sollevare un angolo del cerotto e la colla non oppone troppa resistenza. Quando sarà calato il sole, stasera, sarò pronta a mostrare cosa ho fatto ai miei e a Leonardo. Per adesso il mio tatuaggio è un vampiro che deve stare alla larga dai raggi del sole. Indosso un top senza spalline, arricciato sul seno, per evitare che il tessuto sfreghi sulla pelle delicata sotto gli inchiostri. Me l'ha dato la signorina Belli, deve risalire agli anni '70. 


Quando ho chiesto per la trentesima volta con una cantilena se mi potevo tatuare, dai dai dai, mamma ha ceduto. Avevamo sempre detto di aspettare i 18 anni, e invece! Io pensavo che scherzasse ma lei ha detto sì e ha convinto papà. Io non ero pronta! 

Ho sfogliato decine di fotografie e cataloghi di simboli. Ho cercato ovunque e poi anche dentro di me. 


Guardo dalla finestra di questa camera di campagna da cui i fratelli Belli mi stanno sfrattando, seppur senza fretta. Il profilo della collina, le fronde degli ulivi, il miagolio dei gatti, sono stati parte di questo anno e me li porterò dentro. É un pezzettino di vissuto che condivido con mia madre, con la sua adolescenza pratese. Ora lo so.


Il glicine sta sfiorendo e di sera sono arrivate le lucciole. Io mi incanto a camminarci in mezzo, mi unisco alla loro danza seduttiva. Ho comprato delle lucine led per Leonardo e per me e abbiamo ballato tra le lucciole un tango sgangherato. Mi sono sentita completa, mi sono sentita vibrare. Mi dispiace lasciare questo posto.


Vedo RB che esce di casa e si allunga la canna per annaffiare l'orto. Sì, sono tornati i pomodori. RB mi vede e mi strizza l'occhio. Lui mi mancherà più di tutto ma insomma, non è mica detto che lasciamo Prato. Anzi. 


Papà ha detto che lui ricorda appena questo casolare. Quando conobbe la mamma, lei sognava di scappare verso altri luoghi. Questa ormai era solo la casa della nonna Consuelo, dove venire a cena per la Viglia di Natale. Quando i fratelli Belli lo avevano ricomprato alla morte della nonna, per restare in zona dopo la confisca della grande villa di famiglia, noi eravamo ormai dall’altro lato dell’Oceano Atlantico.


Sento il clacson di papà. Siamo pronti per andare verso il ristorante con la Cinquecento a noleggio. Li raggiungo a bordo, il cerotto è ruvido sotto le mie dita. La mamma è al telefono con un'amica dei tempi in cui viveva a Firenze. Capisco sentendo le sue frasi che sta per tirarme fuori una delle sue, la telefonata dura praticamente tutto il tragitto verso Prato city. 


Quando riattacca, mi dice che ci sarebbe un posto per noi a Firenze, da un'amica che le deve un favore. 

Eh no eh! Se abbiamo altri parenti che me lo dica subito! Basta misteri. 

Lei si mette a ridere e mi dice:

"In effetti anche questa è una lunga storia. Prima o poi te la racconterò" e scambia uno sguardo furbetto con papà. 

Incorreggibile. Incorreggibile. 


Le va bene che proprio adesso vedo Leonardo che si ingrandisce sul marciapiede mentre lo raggiungiamo. Si è messo i pantaloni lunghi. Fa proprio sul serio.

Scendo dall'auto, lui mi si avvicina e mette la mano sopra il cerotto. Poi la ritrae. 

"Scusa, ti fa male? "

Scuoto la testa. Allora lui si avvicina ad un bordo con le dita e chiede: "Alzo? "

"Aspettiamo di essere seduti!" dico io, facendo strada tra i tavoli con le panche in legno. 


Per prima cosa apriamo il menù con un QR code e scegliamo verdure piccanti, pannocchie arrostite e spiedini di manzo e di pollo, una vagonata. Un uomo grasso senza maglietta griglia la carne lì in un lato del cortile. 

Mentre attendiamo le pietanze, si accendono le lucine che decorano a file il cielo sopra le nostre teste. C'è un vento fresco che spezza la calura. Arrivano le birre Tsingtao e la Coca di Leonardo. 


Lui prende un sorso e poi incalza. 

"ConCon è il momento".

Vedo papà che sorride a sentirmi chiamare così. 

" Ok" poi con solennità mi alzo in piedi, mi ruoto di un quarto e sotto quei sei occhi attenti, sollevo il cerotto con uno strappo netto. 

"Wooo!"


Ho riflettuto su questo mio anno pratese, sulle cose che mi hanno emozionata. Ho cercato un promemoria in cui infilare riserve di felicità. 

Ma per trovare la felicità, ho analizzato anche il dolore del razzismo. Per esempio, se i cinesi in Italia sono banane, io che sono latina fuori e dentro ho una passione per l'Asia, cosa sono una nocciola? 

Secondo me se si ha il coraggio di guardare bene, siamo tutti fragole. Ma piante di fragole, non semplici frutti. Siamo in grado di allungare stoloni e mettere radici in più posti. Siamo molto in movimento sia dentro che fuori di noi. 


Un drago verde, con le fattezze di quello del Capodanno cinese, si è seduto sulla mia scapola. Un dragone botanico, poco Disney molto stampa orientale. I suoi occhi fissano chi lo guarda, mentre tiene nelle bocca una grossa rossa fragola. La fragola ha le gambe. Due stoloni con radici penzolano ai suoi lati. 


Fragola in spagnolo di Spagna si dice Fresa, ma a Buenos Aires la chiamiamo Frutilla. Siamo fragole. Somos Frutillas. Siamo esseri splendenti, con la potenza del bramito del cervo e la dolcezza della frutta. Siamo nella bocca di un drago ma potrebbe essere il nostro più grande alleato. Siamo vivi e pulsiamo di vita. E non c’è filo spinato che ci possa fermare.


fine.


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venerdì 9 settembre 2022

SOMOS FRUTILLAS - CAP 11


In Italia si dice che è il colmo. Mia madre, disoccupata professionista, mi ha trovato un lavoro.  Ogni domenica mattina vado nel cortile del Terminale cinema e aiuto la titolare di una libreria per bambini, Le Storie della Mippa, ad allestire il banco dei libri. Poi resto a darle una mano con i genitori ed i figli che arrivano per la proiezione mattutina chiamata Cinefilante, dedicata ai piccolissimi.

Vanno in scena cartoni animati realizzati con tecniche diverse, originari di differenti paesi. Per brevi tratti mi intrufolo in sala e seguo le avventure di maialini di pongo e barche di stecchini, filmati alla perfezione in Stop motion.


Accanto al nostro banco nel cortile prendono posto signori che impastano tortellini e poi li vendono su vassoietti di carta, spolverati di una farina che segue gli acquirenti nelle loro cucine, uscendo qua e là dal fagotto.
Poi ci sono quelli con le verdure, quelli con le sciarpette solidali ed il mio preferito: un signore che fa la crema di castagne e cioccolato e ci farcisce dei dolcetti, su cui sopra posa tre violette fresche che tiene in un contenitore a parte. Ogni dolcetto ha qualche cucchiaio di crema scura e tre violette sgargianti, che vengono addentate come una poesia.


Io me lo vedo che la mattina si mette a scegliere tra erba e cespugli le viole da portare ai bambini di Cinefilante qui al Terminale Cinema. Lui è uno di quei personaggi che mi ricorda Buenos Aires, la sua intraprendenza creativa. Quest’atmosfera porteña mi tira fuori un estro finora sopito a Prato. C’è tutta una parte più artistica e creativa che ridà forza alla mia passione.


A partire da dei volumi che ho visto in libreria, ho iniziato a illustrare delle tavole di Kamishibai. Si tratta di una tecnica narrativa che viene dal Giappone e racconta storie dentro teatrini ambulanti. La storia che sto disegnando io è quella di un piccolo Tucano che parla con la mamma e l'ho presa alla Lazzerini, la biblioteca poco distante. Si intitola Solo per amore. 


Mentre porto avanti la scuola senza grossi intoppi, nonostante sia venuto meno l’aiuto di Ayida, ho trovato anche una dimensione più mia che mi fa sentire di respirare con tutte e due i polmoni ogni momento. Ci sono stati periodi in cui i miei respiri sono stati corti e affannati, questa è una conquista.


Verso le 13,30 oggi ho finito il mio lavoro e caricato tutto nella station wagon delle titolari. Mangio un paio di dolcetti alle viole che il signore mi ha tenuto da parte e poi raggiungo Jackson di classe mia in piazza delle Carceri. Mi è venuto incontro per portarmi a conoscere il tempio buddhista della città. C’è tutta un’altra fetta di Cina, qui a Prato, oltre l’edonismo del mangiare, bere e comprare.


Da quando Ayida ed io non ci parliamo, per sua scelta, Jackson si è sentito libero di parlare con me. Ho scoperto la sua dedizione al buddhismo e lui ha insistito per farmi entrare al tempio. Con una camminata di un quarto d'ora lo raggiungiamo ed è un edificio moderno. Si allunga di fronte alla piazza del mercato nuovo, che di domenica è un parcheggio quasi vuoto, conteso tra l’ombra di alberi a file e sprazzi di sole già bollente. 

Lo stile del tempio mi ricorda quello del portale del barrio Chino a Buenos Aires. Davanti alle porte ci sono due alti leoni di pietra con una pietra nella bocca, che rotola ma non può uscire. Che divertenti. 


Da una porta laterale si accede alle varie sale,  in cui si susseguono statue lucide e tavoli per le offerte. Non c'è nessuna cerimonia in programma oggi, ma Jackson mi racconta che i monaci sono una grande ispirazione per lui. 

Approfitta della lontananza da scuola e dal trio per confidarmi che ha il sospetto che le autrici del telo insanguinato di inizio anno, siano Ayida e le amiche. Chiedo spiegazioni. 


Pare che Ayida conosca Jackson dalle medie e abbia osservato in alcune occasioni il bel rapporto che lui ha con sua madre. La madre è molto giovane e lui la aiuta come può, con la spesa, la cucina, l'italiano e la scuola guida. 

Jackson non sa perché ma questa cosa pare averla infastidita a tal punto da attaccarlo platealmente, anche se in incognito. 

Io dico a Jackson che secondo me si sbaglia e che non credo sia stata lei. 

Ad ogni modo poi taglio corto e lo saluto, ma camminando verso casa di Leonardo, ci rifletto un po' su. 


Non so come sia andata, dopo la mattinata del van, tra la signora Wang e la figlia. Quello che so è che il conflitto con la madre condiziona le sue azioni proprio quando prova a ignorarlo. 

Ma chi sono io per avere soluzioni o consigli? Quando le farò comodo o pena, forse Ayida riprenderà il nostro discorso da dove siamo rimaste. Io non ho potere di fare molto. Ha rifiutato di parlarmi e mi dispiace, perché con lei mi sono divertita un sacco ed è merito suo se mi sono sentita meno sola lo scorso autunno.


Per una volta però sono stata capace di fare i miei passi fuori dall'influenza di amicizie poco ragionevoli. La mia intenzione è continuare a mettere un piede davanti all'altro, e così facendo, per ora raggiungo il cancello di Leonardo. 

Paco mi viene a salutare senza bisogno di suonare il campanello. L'unica condizione che hanno posto i genitori di Leonardo alla nostra relazione, dopo lo scherzetto che abbiamo fatto loro a Pasqua, è stata quella di conoscermi. 


Mi sono presa del tempo ma adesso sono pronta e suono il campanello. Mi viene ad aprire la signora, vestita a fiori e vivace, a piedi scalzi. In quel momento suona un clacson ed arriva a sorpresa mia madre con la signorina Belli. Se si è fatta dare un passaggio da lei per questa strada stretta, mi ama veramente. 


Mamma scende con una scatola tintinnante di birre della sua produzione. Da circa un mese ha rimesso in piedi l'impianto casalingo che languiva in cantina. Con un sorriso spigliato adagia la scatola nel portico, come offerta di pace. 


Il padre di Leonardo aveva la madre spagnola. Amano tantissimo viaggiare e parliamo soprattutto di posti del mondo che io conosco per sentito dire. Leonardo sembra contento di mettere le cose a posto e si lascia prendere in giro dal fratello senza perdere l'allegria. 


Ci offrono una torta gelato a forma di riccio, buonissima con i pinoli al posto degli aculei. Mi fanno delle domande dirette e quando non so che dire, guardo mamma e ci pensa lei. Vorrei sciogliermi ma la situazione mi sta un po' stretta. Mi sento un palo sotto i riflettori. 


Dopo un'ora e mezzo che sembrano tre, risaliamo in macchina con la signorina Belli. Partiamo e mamma allunga una mano sul retro e afferra altre due birre. Una per lei e una per me. 

"Assaggia".


I momenti da ricordare arrivano così, inaspettati. Il vento tra i capelli, la macchina al femminile, l'alcool che mi intorpidisce. Chiacchieriamo a ruota libera e ridiamo. 

"Chissà che direbbe papà dei tuoi suoceri. Per i padri non è facile vedere la loro bambina con il fidanzato".

"Suoceri? Rimangiati subito quello che hai detto!". Ormai anche tra noi ci scorniamo in italiano. 

“Vedi che tuo padre ed io ci siamo conosciuti alla tua età”.

Mi mordo la lingua per non replicare a sproposito.


La signorina Belli guida con più dolcezza, presa dalle chiacchiere. O così mi pare. Mentre saliamo verso casa si sentono dei tuoni molto forti arrivare in gran fretta. 

Entriamo in casa mentre si scatena con violenza un temporale carico di elettricità. Passano dieci minuti quando va via la luce, ma non solo a noi. Vediamo affievolirsi anche le luci della villa e quelle della cascina di fronte. 


La villa è senza luce. Deve trattarsi di un black-out. Mi viene un'idea improvvisa. Corro alla cassetta degli attrezzi e afferro un paio di cesoie. Inforco la porta e corro sotto la pioggia. 

Raggiungo il cipresso del cervo e mi accanisco sul filo spinato. 


Mia madre compare dalla curva, con i capelli fradici sotto un ombrello rovesciato. Vede cosa sto facendo e si unisce all'operazione. 

In pochi minuti l'albero è libero. La sua corteccia sventrata sventola senza lacci sotto la pioggia battente. Urliamo. Anche noi, siamo libere e liberatrici. É tempo di scrivere nuove trame tra queste colline. Che ti hanno fatto da piccola mamma? Mi hai mandato in avanscoperta poi hai trovato la forza. 

É tempo di essere qui insieme.


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domenica 4 settembre 2022

SOMOS FRUTILLAS - CAP 10,5

 


seconda parte

Leonardo ha una casa molto bella nella collina che sovrasta Prato dalla parte opposta alla mia. Il borghetto si chiama Filettole ed è tutto piuttosto da ricchi. Io non ci avevo mai messo piede e non ne sapevo nulla, ma Ayida ne sembrava informata. Quando siamo partite per casa sua, lei si è portata dietro anche Selina e Pei-Pei, le altre del trio. Si sono trascinate dietro un trolley e, raggiunto il salotto, in tre minuti hanno aperto due portatili e si sono messe a navigare, concentrate come una succursale dell’Intelligence di Shanghai.


La mia attenzione è stata completamente assorbita da Paco, il labrador di Leonardo, dolcissimo. L’ho visto al di là del ponte dietro piazza Mercatale dove avevamo appuntamento e ho giocato con lui per tutta la camminata. Ha due anni e ancora l’indole da cucciolo, un po’ come me. 

Leonardo ha fatto strada mentre la salita conquistava la collina e poi aperto il cancello con un folto mazzo di chiavi e la faccia un po’ tesa. L’ho preso per mano e siamo andati ad esplorare il giardino. Aprile ha portato fiori e gemme, lui mi ha mostrato il covo delle temibilissime lumache e la tana abbandonata da un riccio. 


Ci siamo seduti nel gazebo a chiacchierare con una lattina di the in mano, come se fossimo appena arrivati in un resort all’inizio di una vacanza. Telefoni spenti, su indicazione di Ayida, e tanta attenzione per noi. 

Il trio non si è visto fino a quando, verso le 6 di sera, hanno chiesto cosa volessimo da mangiare. Leonardo si è proposto di cucinare una pasta, ma le ragazze avevano già un ordine in corso che ci ha recapitato l’asporto di un ristorante cinese di un amico loro, arrivato in motorino e ripartito in fretta.


Verso le 8 avevamo spazzolato una vagonata di ravioli ed il trio ha tirato fuori dal trolley un gioco in scatola semplice da imparare. Sulla confezione c’è scritto Halli Galli Extreme e si gioca con le carte ed un campanello da suonare. Nelle carte ci sono disegnati della frutta e degli animali, e bisogna ricordarsi cosa mangiano e suonare prima degli altri il campanello. Le scimmie non mangiano i limoni, gli animali mangiano tutto. Agli elefanti non vanno date le fragole. Quando si sbaglia si paga, prendendo più carte.


Leonardo ha chiesto se avessimo voglia di far venire alcuni amici suoi e le ragazze hanno bocciato l’idea senza nemmeno alzare lo sguardo. Io perplessa gli ho detto che a me faceva piacere, ma lui ha chiuso la faccenda con un “lasciamo perdere”.


Dopo abbiamo acceso la smart tv e le ragazze hanno fatto il login su Crunchyrool per vedere Spy x Family e Darling in the franxx in cinese. Anche senza capire molto, Leonardo ha avuto un’erezione e mi è preso il ridere, ma quando siamo saliti in camera sua, mi sono sentita strana.

Gliel’ho detto. Lo desideravo ma in questa situazione mi sono sentita costretta e non mi andava. Lui mi è sembrato deluso, è andato in bagno. Poco dopo è tornato con la cuffia di sua madre in testa per farmi ridere. Ci siamo messi a letto a vedere gli Avengers.

Mi sono addormentata su di lui, Paco sul tappeto.
Quando ho riaperto gli occhi stava albeggiando e ho acceso il cellulare per riflesso automatico, contravvenendo al divieto di Ayida. Ho trovato una decina di messaggi di mia madre, che voleva sapere dove diamine fossi finita con la mia amica cinese. Le ho risposto e mi ha chiamato subito.

La signora Wang stava partendo per la Chinatown di Milano, dove Ayida le aveva fatto intendere che fossimo andate. Mia madre ha fatto in tempo a dirottarla verso l’indirizzo di Leonardo e dopo mezz’ora un energumeno ha scavalcato il cancello per entrare in giardino. Ha tempestato la porta di pugni, come se non avessero inventato i campanelli. Mi sono precipitata in salotto, dove Ayida stava dormendo sul divano sotto un plaid rosa fucsia. Le altre del trio, si erano dileguate.


Ho aperto la porta e l’energumeno è rimasto sulla soglia, mentre la signora Wang è entrata come una furia, minuscola e feroce, senza guardarmi. Ayida si è alzata in piedi, con gli abiti del giorno prima stropicciati. La madre le ha mollato due scapaccioni e poi ha preso a gridare in cinese, con una decisione che non le avevo mai visto, con una frustrazione da genitore ingannato che Ayida ha solo potuto subire.

Tutto sarà durato 4 minuti, poi mi sono trovata dentro il van del tipaccio. La signora Wang davanti, noi dietro come degli arrestati in viaggio verso la centrale. 


Si avvicina dopo la salita il casolare dei fratelli Belli. La mia resa dei conti si avvicina. Che faccia avrà mia madre al mio arrivo? Intravedo la sua sagoma in lontananza, accanto a quelle dei fratelli Belli.

Ayida in questo tragitto non mi ha degnato di uno sguardo. L’ho tradita. Lei mi ha teso la mano e alla fine io l’ho tradita. Sua madre probabilmente incolperà me di tutta la bagarre e del disonore di dormire da un ragazzo. E ha smesso di essere dolce con me. Eppure. Eppure adesso che sono in aperto conflitto, c’è qualcosa di vero tra di loro. E se ho qualche responsabilità in questo, me la prendo.


Il van sta parcheggiando. Mia madre apre la porta scorrevole e mi tira a sé con entrambe le braccia. “Stai bene. Vieni da me cretina”.

E mi abbraccia. E fa ripartire il van. E mi allunga un thermos di mate. E ha capito, e finalmente parliamo.



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lunedì 29 agosto 2022

SOMOS FRUTILLAS - CAP 10


 Non rinnego niente della nostra fuga, anche se è andata ben oltre il buon senso. Adesso che mi trovo nel retro di questo van con i vetri oscurati e ci lasciamo il Bisenzio alle spalle, penso che era tutto evitabile. Se tornassi indietro, rifarei gli stessi passi? Credo di sì, ma so anche che dopo questi giorni, niente sarà più lo stesso tra la signora Wang, mia madre, Ayida e me.

Il primo treno lo abbiamo preso inutilmente. 

Il giorno dopo le Grandi Rivelazioni Ayida mi ha dato appuntamento in stazione e mi ha detto:
“Andiamo dal mio ragazzo a Montevarchi”.

Mi si è aperta la bocca e sono rimasta a fissarla come un pesce, mentre lei sbrigativa mi ficcava in mano un biglietto obliterato e mi spingeva fino alla scala corrispondente al binario del regionale in partenza, nel sottopasso di Prato Centrale. 


Il piano era sparire dai radar delle rispettive madri e non degnarle di attenzione fino a sera. Ero scesa con la signorina Belli con il pretesto di prendere un fumetto in biblioteca. Avevo raggiunto la stazione a piedi e la sua piazza alberata mi aveva fatto simpatia, come la prima volta che ero sbarcata a Prato da un altro continente, otto mesi prima.


Per Ayida si trattava di un viaggio abituale, l’avevo capito dalla sicurezza con cui faceva i vari step: il cambio a Firenze, trovare la direzione nel flusso della folla e la scelta del binario successivo.

Solo dopo essere salita a bordo del treno in coincidenza, ho messo in fila le parole per chiederle.

“Di che ragazzo stai parlando?”.


Mi ha guardato interrogativa, domandandosi come mai fossi così tonta da non capire le cose elementari. Da dicembre ha una relazione con un tipo IBC come lei che vive a Londra ma ha un cugino a Montevarchi e quando è in Italia fa base da lui. Per me IBC è una sigla senza riferimenti, deve trattarsi di una squadra per cervelloni. Lei capisce al volo che non ho capito e mi specifica: “Italian Born Chinese, seconda generazione come me”.


Mi sono tirata fuori da quel linguaggio complicato con un banale: “Che bello. Come vi siete conosciuti?”

Lei per tutta risposta, ha tirato fuori il cellulare e mi ha lasciato a guardare fuori dal finestrino. Dopo circa un’ora siamo arrivate a Montevarchi, che è minuscola. Dal cellulare nessuna notifica da mia madre, ho trovato invece un messaggio di mio padre, che buttava lì due foto di palme e un generico “Wish you were here in Java conmigo”. 


In cinque minuti a piedi abbiamo raggiunto un ristorante Sakura All you can Eat e ci siamo sedute. Un ragazzo più grande è apparso dal retro, ha posato un bacio sulle labbra di Ayida e poi ci ha allungato il QR code per visualizzare il menu. Io per poco non mi strozzo dallo stupore. L’algida Ayida che alza il mento per lasciarsi baciare. La frangia che smette di frustare l’aria intorno a chi osa avvicinarsi. Wow.


A quel tavolo non ci siamo fatte mancare niente. Abbiamo iniziato dai ravioli, poi sushi, spiedini di carne e patate fritte, poi di nuovo ravioli che non mi erano bastati. Poi maiale in agrodolce e una muraglia di lattine di Coca. Ogni tanto Yun, così si chiama il fidanza, si è trattenuto per due chiacchiere e ha scelto l’italiano per includere anche me. Bel tipo. Controllando il cellulare, di mia madre nessuna traccia. Le notifiche in arrivo, erano di Leonardo.


Abbiamo fatto un giro per il paese e poi siamo arrivati ad una pineta sul fiume. C’era una discesa da cui si raggiungeva la riva, e abbiamo preso a lanciare i ciottoli come bambini. Tra Ayida e Yun si notava una discreta confidenza. Lei si lasciava prendere la mano e si avvicinava a lui come una gattina affezionata. Poi un tuono potente e rapide nubi hanno riempito il cielo. Era il tempo di incamminarsi a passo svelto verso la stazione. 


Yun ci ha salutate all’altezza del ristorante, pronto a dare una mano anche al turno serale. Noi siamo entrate in treno giusto un attimo prima che si scatenasse un bel temporale. Grosse gocciole oblique hanno preso a segnare il finestrone della vettura. 

Dal cellulare, nessuna notifica di mia madre. Ho chiesto ad Ayida, nemmeno della sua. Avevamo solo 40 messaggi sui compiti da fare nella chat di classe alla vigilia della verifica di inglese. I bravi studenti se ne ravvedono sempre verso le 18.


Dopo una decina di minuti sono arrivati i messaggi del punteggio del fantaprof ideato dal Duo Iene, alias Gioia ed Elisa. 

Insomma siamo scappate senza dire nulla e le nostre madri non se ne sono nemmeno accorte. Ma che razza di madri sono?

Per questo motivo è partita la fase due: vendetta con pernotto. 


Ad essere del tutto sincera, più che per rabbia avevo pensato di scappare da mia madre per un fastidio che avevo iniziato a provare. Ho avuto difficoltà a pormi con lei con spensieratezza. Il suo racconto, per quanto apparentemente leggero, mi aveva fatto riflettere su quanto poco sapessi di lei, prima dell’Argentina. E anche se non mi aveva dato sufficienti spiegazioni, anche se non era stata presente, adesso io non ero più una bambina. Intuivo che certi errori si fanno anche e nonostante l’amore. Ed ero pronta a fare i miei.


La settimana prima dell’arrivo di mia madre era coincisa con una scoperta che avevo adorato. Un palco di cervo nascosto tra l’erba. L’avevo portato a casa raggiante e RB mi aveva condotto a due curve da casa, dove un maschio di cervo aveva segnato un cipresso di media altezza con solchi dettati da prurito e furore. Avevo appoggiato le mani sul legno scalfito, avevo avvertito un’indomita potenza. La corteccia era stata aperta ed il legno vivo portato alla luce. Le frange smembrate erano morbide al tatto, come un bambolotto intagliato nella noce di cocco che mi era capitato da bambina. L’anima di legno liscia e dura.
Quell’albero segnato era diventato il mio posto per pensare e sentirmi parte di qualcosa di più grande.


Al rientro della fuga a Montevarchi, della quale non avevo fatto parola, avevo pensato di parlare con mia madre. Un pomeriggio sul tardi le avevo chiesto di seguirmi al grande albero del cervo per trovare un momento staccato dal resto. Lei mi aveva chiesto un’ora di tempo per districarsi fra alcuni documenti che doveva consegnare e poi mi avrebbe seguita.

Mi ero seduta tra i limoni ad aspettarla, un po’ emozionata. Avevo provato ad elencare le cose che le volevo far sapere. Di certo, io non ero una bambina e questo era da ribadire. Adesso poteva confidarsi con me se aveva un problema e non reggere tutto sulle sue spalle. Poteva raccontarmi meglio della sua infanzia. Ero pronta per reggere notizie spiacevoli se dette con più cura dell’altra sera.


Quando si è affacciata sulla porta, siamo partite verso l’albero segnato in religioso silenzio. Poi però tutto è precipitato. Il fattore della villa con cui confiniamo ha stretto tutto l’albero con filo spinato elettrificato nei giorni scorsi. Ma come si fa a mettere al bando un cervo? Come si fa a pensare di essere padroni di un albero di cui non si fa niente?

Mi sono avvicinata al filo sbraitando, l’ho toccato, ho preso la scossa e ho preso a gridare ancora più forte. 

Mia madre a quel punto mi ha riportato a casa per controllare le mani. La mia pace interiore, fritta e svanita. Il bel discorso da donna adulta si è dissolto prima di cominciare.


Poi la mattina dopo Leonardo a scuola mi è venuto a cercare all’intervallo e ha buttato lì una tentazione facile in cui cadere: i suoi andavano alle Canarie per le vacanze di Pasqua. Avevo per caso voglia di andare con loro? La domanda mi ha spiazzato e sono rimasta un attimo senza parole.

Ayida invece no. Si è intromessa con naturalezza e ha suggerito: “Invece fai partire loro, tu resti a casa da solo e veniamo noi a dormire da te”.


Leonardo mi ha guardato. “Te preferiresti così?”
Io ho annuito, senza sapere bene quello che stava succedendo. Quindi lui è tornato in classe sua risoluto, Ayida ha fatto lo stesso ed io sono rimasta impicciata in un casino che sapeva di casino anche prima di accadere.

Sono tornata al banco e le ho detto: “Non mi faranno mai andare a dormire da lui”
E lei: “Non lo chiedi. Vendetta, ti ricordi?”

Sono rimasta in silenzio. Casino combinato.


Nei giorni seguenti non ho trovato il modo per tirarmi fuori dalla situazione. Leonardo ha detto ai suoi di partire ed ora aveva una certa aspettativa su di me. Ayida ha dato per scontato che tutto fosse definito e non ne ha più fatto parola. Mia madre intanto provava a trovare un momento per parlare con me ma io mi dileguavo con scuse cretine perché non le potevo dire di non essere una bambina mentre le preparavo una bella sorpresina del cavolo.


La ciliegia sulla torta sono stati degli indizi che mi sono trovata a scrivere con Ayida. Il piano era far credere alle nostre madri di essere scappate a Milano e venire a cercarci senza trovarci, mentre noi eravamo nascoste a casa di Leonardo. 


Adesso che ci ripenso, mi accorgo che sul momento non ho notato questo cambiamento in Ayida. Una voglia evidente di farla pagare a sua madre è emersa da quando le avevo proposto di vendicarmi con la mia. Una cosa abbastanza normale per me, che sbatto su mia madre da quando sono nata e la faccio arrabbiare per affermare la mia volontà e anche per sapere che mi amerà comunque. Ma in lei? Qualcosa di inedito.


Adesso siamo su questo van con i vetri oscurati, che fa molto gangster o vip in incognito. Ayida è sul sedile anteriore e non muove un muscolo. Io sono qui, ostaggio di questo tipaccio che è arrivato con la signora Wang e ci ha caricate come criminali in fuga. Leonardo è rimasto sulla porta, impotente e umiliato dall’incursione nel suo giardino. Mia madre mi aspetta a casa e non ho idea di cosa abbia pensato o provato nelle ultime 24 ore. Non ho idea di quello che mi aspetti.


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sabato 27 agosto 2022

SOMOS FRUTILLAS - CAP 9


La mia camera in campagna non ha segnato mai più di 18 gradi per tutto l’inverno. Un maschio accaldato a portata di mano è molto comodo da tenere intorno. 

Leonardo mi percorre la cicatrice con le dita della mano sinistra mentre la destra si perde tra le cosce. 

Fa caldo, fa un caldo bellissimo in questa stanza.


“ConCon!” fa quella voce dal corridoio. Diamine mia madre sceglie sempre il momento peggiore per chiamarmi. 

Sento bussare sulla porta e ancora: “ConCon!”.

“Mamma?” riesco ad articolare. Provo a rendere aguzzi i pensieri liquidi che mi scorrono addosso.


“Non sono sola, aspetta” replico come se non fossero mesi che non la vedo.

Mi prendo un tempo per rivestirmi e per vestire Leonardo. Apro la finestra. Mi sbatto sulla pelle l’aria gelata di marzo. Vado a girare la chiave nella serratura e apro. Una persona normale si sarebbe ritirata ad attendere in salotto ma non lei. Ecco mia madre, appena arrivata dall’Argentina, che si morde il labbro per non iniziare a brontolare appena mi rivede.


Soppesa Leonardo con lo sguardo, al che io mi allontano un attimo fuori per liberarlo e lo bacio sulla bocca mentre sale in sella. Menta e cannella. Poi mi giro, rientro in casa, alzo le braccia e lei corre a stringermi forte come una maledizione. Mi entra nelle ossa.

“Sei cresciuta ConCon” balbetta fra le lacrime.


Ci piacciono le sorprese, perché non ci piace fare promesse che poi non possiamo mantenere. Ecco il perché di questo arrivo senza preavviso. Ci piacciono le sorprese, ed è un bene, perché ne ho alcune in serbo per questa madre che mi ha spedito via senza darmi il tempo di respirare.


La vedo che si sforza a non dire niente del ragazzo appena uscito dalla camera in cui ero chiusa a chiave. 

La vedo che è davvero brava, nonostante le pruda la lingua.
Ciononostante mi monta una rabbia cosmica e inizio a strillarle contro. Come mai mi ha mandato via da casa? Cosa le è saltato in mente? Cosa aveva da fare tutta sola a Buenos Aires per rinunciare a sua figlia?

E cosa ci facevo io con un ragazzo chiuso in camera? Ma allora non ho imparato niente? Cosa mi sono messa in testa, di poter fare quello che mi pare?


RB osserva la scena dieci metri più in là. Approfitta del timido sole di oggi per spogliare i limoni e intanto tende l’orecchio e sorride. Lo vedo che segue la baruffa e senza dire una parola porta due sedie, dove ci sediamo e continuiamo a litigare. 

Fa presto buio, lui ci porta un bicchiere di limonata appena fatta con due cubetti di ghiaccio con fiori di borragine incastonata. Li avevo visti nel freezer.

Approfitta del tempo in cui bevo per dirmi che il prossimo mese devo aiutarlo a raccoglierne di nuovi. Mi garantisce che, quando imparerò a conoscerla, mi accorgerò che la pianta di borragine cresce dappertutto. Perfino lungo la passerella che percorriamo di mattina. Ecco, però, devo promettere che non metterò quella nei cubetti del suo freezer: chissà chi ci piscia sopra.


Con l’anima scapigliata, fisso mia madre e inclino la testa. La trovo più bella e più vecchia. Mi alzo e inizio a scavare una buca immaginaria nel giardino. Prendo un’ascia simbolica e la sotterro. Diamole una tregua, per ora.

RB ci fa salire sulla sua Peugeot e scendiamo in centro a cenare. Mia madre deve ancora abituarsi al fuso orario ed una bella mangiata di carne non può che farle bene. Hanno scelto un ristorante italiano e quasi mi commuovo: è la prima volta da quando vivo qui. Cucina abruzzese per la precisione, specialità arrosticini.


Nel tragitto mi dicono che ci raggiungono anche la signora Wang e sua figlia. Mi dicono anche che mia madre è qui per restare un po’, e che dormirà con me. Io osservo i lampioni che passano dal finestrino e mi lascio scivolare queste informazioni senza sentire altro che il momento presente. Mia madre è qui per cenare con me. 


Quando lei rivede la signora Wang, mamma la abbraccia come una sorella. E anche la signora Wang, così riservata, la ricambia con pacche e strizzatine. Aiyda è al suo fianco, si lascia fare i complimenti di rito in un silenzio completo. Risponde appena spostando la testa.


Quando ci sediamo al tavolo, mi rendo conto che Ayida è in difficoltà. É rientrata in quel mutismo telefonico che assume in presenza di sua madre, allo stesso tempo non sa come porsi con la mia, di madre. Quindi non fa niente, non dice niente e si isola con aria super indaffarata.

Le chiedo di accompagnarmi in bagno perché mi viene in mente di coinvolgerla nel mio piano. Vendetta. Voglio vendicarmi con mia madre. 


Lei mi ascolta ma sulle prime resta interdetta, le madri sono bestie da ignorare nel suo codice. Un eccessivo accanimento potrebbe essere indice di eccessivo attaccamento, ed è poco saggio attaccarsi a qualcuno che poi se ne va, o ti spedisce in capo al mondo.

Però. Però poi la vedo la scintilla dell’idea perfida in stile Ayida che prende forma. Ok. Vendetta.


Torniamo a sedere che è già arrivata la cena. Adesso che un cassetto della mia testa sta covando la mia idea di vendetta, il resto della mia anima si placa e mi godo la cena. Anche Ayida sembra più rilassata, e scherziamo con gli spiedi degli arrosticini dopo averli spogliati della carne. Poi, viene sganciata la bomba.

La signora Wang pone un’ingenua domanda e in poche frasi vengo a sapere chi sono i fratelli Belli e perché mi trovo qui. 


Per farla breve, siamo parenti e non me lo aveva detto nessuno.
Per farla lunga, mia nonna non era l’unica moglie di mio nonno. Anzi lei aveva un altro marito e lui un’altra moglie. Io non so che maledizione abbia colpito le donne della mia stirpe: avrete uomini volanti, che ora ci sono e ora no, e imparerete a fare senza di loro.

Mia nonna Consuelo, che io non ho mai visto, da giovane si era trasferita da Napoli in Veneto, nel paesino di Dolo, a far la domestica in una villa sul Brenta. La villa era frequentata da persone molto colte e danarose, tra cui un signore toscano che si fermava spesso durante i viaggi di lavoro in Nord-Est. Era un commerciante di filati che aveva fatto fortuna e si era comprato una bella villa nella campagna intorno a Prato.


“Signora lasci che mi presenti, sono il Belli” e la nonna era cascata come una pera. Si erano frequentati per anni e lei, che non voleva perdere il posto di lavoro, ci era stata attenta. Poi una sera aveva capito di essere incinta e aveva dato la notizia al granduomo. Lui le aveva risposto: “Non posso sposarti cara, ho già moglie”.


Due settimane più tardi la nonna si era presentata alla villa di Prato, senza grandi proclami e con una piccola valigia. Le aveva aperto il Manetti, che era vedovo e si occupava di tutto, dalla gestione dei figlioli piccoli del Belli alla concimazione degli ulivi che riempivano le colline intorno alla villa. Ben presto aveva proposto di occuparsi anche di lei ed avevano messo su famiglia nella casa di fronte alla villa, quella dove vivono ora i fratelli Belli ed io con loro.


Mia madre snocciola questa storia con distacco e battute che sollevano risate fragorose. A me viene voglia di vomitare. Preferivo essere approdata in un posto a caso da qualche amico a caso della mamma che le doveva un favore. E invece sono l’ennesima pena che i fratelli Belli si sono trovati a dover espiare per un padre farfallone. Mi alzo e vado in piazza Mercatale a prendere una boccata d’aria.


Me ne sto a rimuginare e dentro mi sale schifo misto a confusione. Il primo a venirmi in soccorso è RB, che si avvicina e cerca il mio sguardo, con un’abilità che ha messo a punto durante questi mesi di convivenza. Non mi dice niente, ma mi guarda e mi sorride. Poi prendiamo a camminare lungo il perimetro della piazza calciando i rifiuti scappati all’ultima raccolta differenziata della plastica. 


Quando abbiamo completato l’ovale della piazza, siamo pronti a rivolgerci parola. Faccio ancora difficoltà a mettere in fila le parole, allora ci pensa lui.

“Consuelo, stai tranquilla. La camera resta a te anche se si faranno vivi altri nipoti di mio padre”.

“Con cose così tremende dove si trova la forza di scherzare?” replico a bruciapelo.

“Solo se la prendi a ridere puoi trovare la forza. I toscani fanno così”.

“Quindi io sarei la tua…?”
“Non mi azzardo nemmeno a pensarci. Tu sei la figliola di Carolina che per me è una di famiglia. Punto.
A voi adolescenti le etichette non piacciono, o sbaglio?”
“Non ci piacciono, ma nemmeno le fregature o le pene da espiare dopo generazioni”.

“Io sono contento che sei qui. Con te non ci si può annoiare” mi dice, poi mi tocca la spalla e torna dentro.


Mia madre deve essere ancora al tavolo e non me la sento di affrontarla sul momento. Mi vengono tante domande in testa: Che infanzia di merda le sarà toccata? Sarà stata offesa dai coniugi Belli? Questo Manetti sarà stato un padre favoloso? Non me ne ha parlato mai.

In ogni caso, capisco perché le sia piaciuto respirare aria libera e avere una pagina bianca da cui ripartire, in Argentina. E forse capisco anche la sua scelta di spedirmi qui, per avere la mia pagina bianca. La capisco ma ancora è presto per fargliela passare liscia.

Esce Ayida, che sembrava appostata in attesa del momento giusto. Mi prende la mano e dice due parole.

“Domani, scappiamo”.



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