mercoledì 14 settembre 2022

SOMOS FRUTILLAS - CAP 12


 

Sono tornate le vespe muratrici. Ne ho sentita una ieri pomeriggio, mentre mia madre finiva di infilare nelle scatole del trasloco le ultime pile di abiti invernali. 

Siamo a giugno, sono stata promossa e questo ha portato sulla mia spalla questo cerotto ingombrante.

Con noi c’è papà: è arrivato a sorpresa una settimana fa e abbiamo preso un appartamento di Airbnb dove ricompattare i racconti di questo anno di diaspora e celebrare la nostra riunione.


Papà ha detto che ormai che siamo tutti in Europa, lui propone di raggiungerlo a Zurigo. La città è incantevole in estate, con le attività sull’acqua e l’aria fresca. Se ci piacesse potremmo prendere un appartamento più grande e viverci insieme tutto l’anno.
La mamma non si sbilancia ma sto provando a leggerla per capire se preferisca restare a Prato o se voglia rientrare a Buenos Aires. Ieri ci ha informato che ha trovato un inquilino per il piano di sotto della nostra casa nel quartiere Palermo.
Pare che la signora Wang abbia intenzione di tornare per un semestre in Argentina.


Io sono un’adolescente con un fidanzato e abbiamo iniziato ad andare a letto insieme. Dove volete che voglia andare. Leonardo continua a dimostrarsi un ragazzo deciso e pieno di qualità nascoste. Non mi annoia anche se non fa tanto rumore. Stasera andiamo in un locale BBQ cinese in via Luti e lo presento a papà.


L’altro giorno ho trovato Ayida per caso. Stavo andando alla biblioteca Lazzerini e lì di fronte, nella Saletta Campolmi, stava per iniziare un evento di arte contemporanea. Lei era accanto ad una finestra, in attesa, ed io mi sono messa vicina, senza dire una parola. Lei non ha battuto ciglio, ma non è nemmeno andata più in là.


Eravamo in attesa della performance Instinctive Reaction di Peng Shuai Paolo. Un bel ragazzo in mutande è entrato e si è seduto su una sedia bianca. Ha iniziato a mangiare un intero casco di banane. Era una metafora di quando ti sforzi di assimilare a grosse boccate una cultura diversa dalla tua. Ogni gesto è innocuo ma puoi esagerare fino a stare male.


Ayida era tesa e concentrata. Secondo me era lì per qualche secondo fine, ma intanto si è beccata una performance scomoda. Due signore accanto a me hanno spiegato perché l’artista aveva scelto proprio la banana. Nella visione cinese, il giallo della buccia rappresenta la pelle, il colorito, l’origine etnica. Il frutto bianco invece rappresenta l’interno della persona, il pensare “bianco”, l’appartenenza culturale occidentale. Questa condizione bicolore non ti fa appartenere completamente a nessuno dei due gruppi, non sei né bianco né giallo ma in bilico. L’impressione che mi è arrivata è quella di un’esperienza dolorosa.


Questa sofferenza che si ripete arrivava anche da una voce che sentenziava una serie di parole giudicanti sulle “persone banana”, sia in italiano che in cinese. Queste parole sporcavano la sedia bianca su cui l’artista sedeva, rendendo il suo appoggio un ponte scomodo con la realtà.


Quando è finito, Ayida non si è mossa. Aveva gli occhi lucidi. Ho preso un fazzoletto dalla tasca, gliel’ho dato e sono andata in biblioteca. Quando sono uscita l’ho intravista da lontano. L’aveva raggiunta Yun, il fidanzato, ed erano seduti al tavolo del bar a bere qualcosa con un gruppetto di artisti.

Sono passata vicino ma hanno finto di non conoscermi. O non mi hanno visto.


Provo a sollevare un angolo del cerotto e la colla non oppone troppa resistenza. Quando sarà calato il sole, stasera, sarò pronta a mostrare cosa ho fatto ai miei e a Leonardo. Per adesso il mio tatuaggio è un vampiro che deve stare alla larga dai raggi del sole. Indosso un top senza spalline, arricciato sul seno, per evitare che il tessuto sfreghi sulla pelle delicata sotto gli inchiostri. Me l'ha dato la signorina Belli, deve risalire agli anni '70. 


Quando ho chiesto per la trentesima volta con una cantilena se mi potevo tatuare, dai dai dai, mamma ha ceduto. Avevamo sempre detto di aspettare i 18 anni, e invece! Io pensavo che scherzasse ma lei ha detto sì e ha convinto papà. Io non ero pronta! 

Ho sfogliato decine di fotografie e cataloghi di simboli. Ho cercato ovunque e poi anche dentro di me. 


Guardo dalla finestra di questa camera di campagna da cui i fratelli Belli mi stanno sfrattando, seppur senza fretta. Il profilo della collina, le fronde degli ulivi, il miagolio dei gatti, sono stati parte di questo anno e me li porterò dentro. É un pezzettino di vissuto che condivido con mia madre, con la sua adolescenza pratese. Ora lo so.


Il glicine sta sfiorendo e di sera sono arrivate le lucciole. Io mi incanto a camminarci in mezzo, mi unisco alla loro danza seduttiva. Ho comprato delle lucine led per Leonardo e per me e abbiamo ballato tra le lucciole un tango sgangherato. Mi sono sentita completa, mi sono sentita vibrare. Mi dispiace lasciare questo posto.


Vedo RB che esce di casa e si allunga la canna per annaffiare l'orto. Sì, sono tornati i pomodori. RB mi vede e mi strizza l'occhio. Lui mi mancherà più di tutto ma insomma, non è mica detto che lasciamo Prato. Anzi. 


Papà ha detto che lui ricorda appena questo casolare. Quando conobbe la mamma, lei sognava di scappare verso altri luoghi. Questa ormai era solo la casa della nonna Consuelo, dove venire a cena per la Viglia di Natale. Quando i fratelli Belli lo avevano ricomprato alla morte della nonna, per restare in zona dopo la confisca della grande villa di famiglia, noi eravamo ormai dall’altro lato dell’Oceano Atlantico.


Sento il clacson di papà. Siamo pronti per andare verso il ristorante con la Cinquecento a noleggio. Li raggiungo a bordo, il cerotto è ruvido sotto le mie dita. La mamma è al telefono con un'amica dei tempi in cui viveva a Firenze. Capisco sentendo le sue frasi che sta per tirarme fuori una delle sue, la telefonata dura praticamente tutto il tragitto verso Prato city. 


Quando riattacca, mi dice che ci sarebbe un posto per noi a Firenze, da un'amica che le deve un favore. 

Eh no eh! Se abbiamo altri parenti che me lo dica subito! Basta misteri. 

Lei si mette a ridere e mi dice:

"In effetti anche questa è una lunga storia. Prima o poi te la racconterò" e scambia uno sguardo furbetto con papà. 

Incorreggibile. Incorreggibile. 


Le va bene che proprio adesso vedo Leonardo che si ingrandisce sul marciapiede mentre lo raggiungiamo. Si è messo i pantaloni lunghi. Fa proprio sul serio.

Scendo dall'auto, lui mi si avvicina e mette la mano sopra il cerotto. Poi la ritrae. 

"Scusa, ti fa male? "

Scuoto la testa. Allora lui si avvicina ad un bordo con le dita e chiede: "Alzo? "

"Aspettiamo di essere seduti!" dico io, facendo strada tra i tavoli con le panche in legno. 


Per prima cosa apriamo il menù con un QR code e scegliamo verdure piccanti, pannocchie arrostite e spiedini di manzo e di pollo, una vagonata. Un uomo grasso senza maglietta griglia la carne lì in un lato del cortile. 

Mentre attendiamo le pietanze, si accendono le lucine che decorano a file il cielo sopra le nostre teste. C'è un vento fresco che spezza la calura. Arrivano le birre Tsingtao e la Coca di Leonardo. 


Lui prende un sorso e poi incalza. 

"ConCon è il momento".

Vedo papà che sorride a sentirmi chiamare così. 

" Ok" poi con solennità mi alzo in piedi, mi ruoto di un quarto e sotto quei sei occhi attenti, sollevo il cerotto con uno strappo netto. 

"Wooo!"


Ho riflettuto su questo mio anno pratese, sulle cose che mi hanno emozionata. Ho cercato un promemoria in cui infilare riserve di felicità. 

Ma per trovare la felicità, ho analizzato anche il dolore del razzismo. Per esempio, se i cinesi in Italia sono banane, io che sono latina fuori e dentro ho una passione per l'Asia, cosa sono una nocciola? 

Secondo me se si ha il coraggio di guardare bene, siamo tutti fragole. Ma piante di fragole, non semplici frutti. Siamo in grado di allungare stoloni e mettere radici in più posti. Siamo molto in movimento sia dentro che fuori di noi. 


Un drago verde, con le fattezze di quello del Capodanno cinese, si è seduto sulla mia scapola. Un dragone botanico, poco Disney molto stampa orientale. I suoi occhi fissano chi lo guarda, mentre tiene nelle bocca una grossa rossa fragola. La fragola ha le gambe. Due stoloni con radici penzolano ai suoi lati. 


Fragola in spagnolo di Spagna si dice Fresa, ma a Buenos Aires la chiamiamo Frutilla. Siamo fragole. Somos Frutillas. Siamo esseri splendenti, con la potenza del bramito del cervo e la dolcezza della frutta. Siamo nella bocca di un drago ma potrebbe essere il nostro più grande alleato. Siamo vivi e pulsiamo di vita. E non c’è filo spinato che ci possa fermare.


fine.


INDICE COMPLETO Tutti i capitoli

venerdì 9 settembre 2022

SOMOS FRUTILLAS - CAP 11


In Italia si dice che è il colmo. Mia madre, disoccupata professionista, mi ha trovato un lavoro.  Ogni domenica mattina vado nel cortile del Terminale cinema e aiuto la titolare di una libreria per bambini, Le Storie della Mippa, ad allestire il banco dei libri. Poi resto a darle una mano con i genitori ed i figli che arrivano per la proiezione mattutina chiamata Cinefilante, dedicata ai piccolissimi.

Vanno in scena cartoni animati realizzati con tecniche diverse, originari di differenti paesi. Per brevi tratti mi intrufolo in sala e seguo le avventure di maialini di pongo e barche di stecchini, filmati alla perfezione in Stop motion.


Accanto al nostro banco nel cortile prendono posto signori che impastano tortellini e poi li vendono su vassoietti di carta, spolverati di una farina che segue gli acquirenti nelle loro cucine, uscendo qua e là dal fagotto.
Poi ci sono quelli con le verdure, quelli con le sciarpette solidali ed il mio preferito: un signore che fa la crema di castagne e cioccolato e ci farcisce dei dolcetti, su cui sopra posa tre violette fresche che tiene in un contenitore a parte. Ogni dolcetto ha qualche cucchiaio di crema scura e tre violette sgargianti, che vengono addentate come una poesia.


Io me lo vedo che la mattina si mette a scegliere tra erba e cespugli le viole da portare ai bambini di Cinefilante qui al Terminale Cinema. Lui è uno di quei personaggi che mi ricorda Buenos Aires, la sua intraprendenza creativa. Quest’atmosfera porteña mi tira fuori un estro finora sopito a Prato. C’è tutta una parte più artistica e creativa che ridà forza alla mia passione.


A partire da dei volumi che ho visto in libreria, ho iniziato a illustrare delle tavole di Kamishibai. Si tratta di una tecnica narrativa che viene dal Giappone e racconta storie dentro teatrini ambulanti. La storia che sto disegnando io è quella di un piccolo Tucano che parla con la mamma e l'ho presa alla Lazzerini, la biblioteca poco distante. Si intitola Solo per amore


Mentre porto avanti la scuola senza grossi intoppi, nonostante sia venuto meno l’aiuto di Ayida, ho trovato anche una dimensione più mia che mi fa sentire di respirare con tutte e due i polmoni ogni momento. Ci sono stati periodi in cui i miei respiri sono stati corti e affannati, questa è una conquista.


Verso le 13,30 oggi ho finito il mio lavoro e caricato tutto nella station wagon delle titolari. Mangio un paio di dolcetti alle viole che il signore mi ha tenuto da parte e poi raggiungo Jackson di classe mia in piazza delle Carceri. Mi è venuto incontro per portarmi a conoscere il tempio buddhista della città. C’è tutta un’altra fetta di Cina, qui a Prato, oltre l’edonismo del mangiare, bere e comprare.


Da quando Ayida ed io non ci parliamo, per sua scelta, Jackson si è sentito libero di parlare con me. Ho scoperto la sua dedizione al buddhismo e lui ha insistito per farmi entrare al tempio. Con una camminata di un quarto d'ora lo raggiungiamo ed è un edificio moderno. Si allunga di fronte alla piazza del mercato nuovo, che di domenica è un parcheggio quasi vuoto, conteso tra l’ombra di alberi a file e sprazzi di sole già bollente. 

Lo stile del tempio mi ricorda quello del portale del barrio Chino a Buenos Aires. Davanti alle porte ci sono due alti leoni di pietra con una pietra nella bocca, che rotola ma non può uscire. Che divertenti. 


Da una porta laterale si accede alle varie sale,  in cui si susseguono statue lucide e tavoli per le offerte. Non c'è nessuna cerimonia in programma oggi, ma Jackson mi racconta che i monaci sono una grande ispirazione per lui. 

Approfitta della lontananza da scuola e dal trio per confidarmi che ha il sospetto che le autrici del telo insanguinato di inizio anno, siano Ayida e le amiche. Chiedo spiegazioni. 


Pare che Ayida conosca Jackson dalle medie e abbia osservato in alcune occasioni il bel rapporto che lui ha con sua madre. La madre è molto giovane e lui la aiuta come può, con la spesa, la cucina, l'italiano e la scuola guida. 

Jackson non sa perché ma questa cosa pare averla infastidita a tal punto da attaccarlo platealmente, anche se in incognito. 

Io dico a Jackson che secondo me si sbaglia e che non credo sia stata lei. 

Ad ogni modo poi taglio corto e lo saluto, ma camminando verso casa di Leonardo, ci rifletto un po' su. 


Non so come sia andata, dopo la mattinata del van, tra la signora Wang e la figlia. Quello che so è che il conflitto con la madre condiziona le sue azioni proprio quando prova a ignorarlo. 

Ma chi sono io per avere soluzioni o consigli? Quando le farò comodo o pena, forse Ayida riprenderà il nostro discorso da dove siamo rimaste. Io non ho potere di fare molto. Ha rifiutato di parlarmi e mi dispiace, perché con lei mi sono divertita un sacco ed è merito suo se mi sono sentita meno sola lo scorso autunno.


Per una volta però sono stata capace di fare i miei passi fuori dall'influenza di amicizie poco ragionevoli. La mia intenzione è continuare a mettere un piede davanti all'altro, e così facendo, per ora raggiungo il cancello di Leonardo. 

Paco mi viene a salutare senza bisogno di suonare il campanello. L'unica condizione che hanno posto i genitori di Leonardo alla nostra relazione, dopo lo scherzetto che abbiamo fatto loro a Pasqua, è stata quella di conoscermi. 


Mi sono presa del tempo ma adesso sono pronta e suono il campanello. Mi viene ad aprire la signora, vestita a fiori e vivace, a piedi scalzi. In quel momento suona un clacson ed arriva a sorpresa mia madre con la signorina Belli. Se si è fatta dare un passaggio da lei per questa strada stretta, mi ama veramente. 


Mamma scende con una scatola tintinnante di birre della sua produzione. Da circa un mese ha rimesso in piedi l'impianto casalingo che languiva in cantina. Con un sorriso spigliato adagia la scatola nel portico, come offerta di pace. 


Il padre di Leonardo aveva la madre spagnola. Amano tantissimo viaggiare e parliamo soprattutto di posti del mondo che io conosco per sentito dire. Leonardo sembra contento di mettere le cose a posto e si lascia prendere in giro dal fratello senza perdere l'allegria. 


Ci offrono una torta gelato a forma di riccio, buonissima con i pinoli al posto degli aculei. Mi fanno delle domande dirette e quando non so che dire, guardo mamma e ci pensa lei. Vorrei sciogliermi ma la situazione mi sta un po' stretta. Mi sento un palo sotto i riflettori. 


Dopo un'ora e mezzo che sembrano tre, risaliamo in macchina con la signorina Belli. Partiamo e mamma allunga una mano sul retro e afferra altre due birre. Una per lei e una per me. 

"Assaggia".


I momenti da ricordare arrivano così, inaspettati. Il vento tra i capelli, la macchina al femminile, l'alcool che mi intorpidisce. Chiacchieriamo a ruota libera e ridiamo. 

"Chissà che direbbe papà dei tuoi suoceri. Per i padri non è facile vedere la loro bambina con il fidanzato".

"Suoceri? Rimangiati subito quello che hai detto!". Ormai anche tra noi ci scorniamo in italiano. 

“Vedi che tuo padre ed io ci siamo conosciuti alla tua età”.

Mi mordo la lingua per non replicare a sproposito.


La signorina Belli guida con più dolcezza, presa dalle chiacchiere. O così mi pare. Mentre saliamo verso casa si sentono dei tuoni molto forti arrivare in gran fretta. 

Entriamo in casa mentre si scatena con violenza un temporale carico di elettricità. Passano dieci minuti quando va via la luce, ma non solo a noi. Vediamo affievolirsi anche le luci della villa e quelle della cascina di fronte. 


La villa è senza luce. Deve trattarsi di un black-out. Mi viene un'idea improvvisa. Corro alla cassetta degli attrezzi e afferro un paio di cesoie. Inforco la porta e corro sotto la pioggia. 

Raggiungo il cipresso del cervo e mi accanisco sul filo spinato. 


Mia madre compare dalla curva, con i capelli fradici sotto un ombrello rovesciato. Vede cosa sto facendo e si unisce all'operazione. 

In pochi minuti l'albero è libero. La sua corteccia sventrata sventola senza lacci sotto la pioggia battente. Urliamo. Anche noi, siamo libere e liberatrici. É tempo di scrivere nuove trame tra queste colline. Che ti hanno fatto da piccola mamma? Mi hai mandato in avanscoperta poi hai trovato la forza. 

É tempo di essere qui insieme.


INDICE COMPLETO Tutti i capitoli