mercoledì 27 luglio 2022

SOMOS FRUTILLAS - CAP 5



La prima pallonata mi prende su un orecchio. Il sibilo precede il colpo che mi becca di striscio. Mi allento la coda di cavallo per non farmi tirare troppo la cute e rilassarla. Torno a concentrarmi.
Sono in squadra con Diamond, Gioia, Elisa ed i due quarti del quartetto prima fila. Mi butto a terra, riesco a salvare una palla storta dell’alzatore e la rimetto al centro, pronta per un compagno di squadra che in qualche modo la butti oltre la rete. Corro con lo sguardo a vedere chi la prenderà, ma nessuno si muove, la lasciano rimbalzare nel nostro campo. Primo set perso, si cambia campo.

La seconda pallonata mi centra sulla bocca. É una schiacciata dell’altra squadra che Gioia ed Elisa, a rete, non hanno neanche provato a murare. Hanno saltato senza alzare le braccia, io non ho fatto in tempo a pararla. Correva come una fucilata. Mi sento il labbro di sotto che gonfia e pulsa un po’ di sangue, un po’ di rabbia.

Siamo a fine novembre e non mi sono ancora fidanzata con nessuno. Nemmeno un bacio, nemmeno uscire con qualcuno. Non mi fido troppo della mia capacità di giudicare i ragazzi e me ne sto bene così, corteggiata ma per conto mio.
All'inizio della settimana Diamond mi ha chiesto di mettermi con lui. A dire il vero la sua era più che altro una proposta sessuale decantata ai quattro venti e non mi è sembrato un gesto degno di nota. Ho rifiutato la prima volta ed anche la seconda, pregandolo di finirla lì. Se voleva poteva essere mio amico.

Sono alla battuta e se sbaglio questo colpo la partita è persa. La prof ha detto che oggi ci dà i voti e provo a fare del mio meglio. Tiro modesto, prevedibile, ma accurato. L’altra squadra risponde con un palleggio lungo che intercetto io. Passo a Diamond che è ad alzare e lui si gira e mi scaraventa una palla veloce sulla pancia, con uno sguardo beffardo. La prof suona il fischietto e lo ricopre di rimproveri. La partita è persa. E anche qualcos’altro dentro di me.

Adesso sono nello spogliatoio e mi massaggio la pancia. L’ultima pallonata ha lasciato un segno rosso, come un ceffone tondo. Non credo che Diamond voglia essere mio amico. E a dirla tutta, nessuna ragazza si avvicina per controllare se sto bene. Fa solo capolino la prof, che si affaccia per dirmi che mi ha messo 9, e poi sparisce di nuovo. Continuano a capitare cose strane, a queste latitudini.

Elisa e Gioia hanno legato molto tra di loro quella settimana che sono stata a casa. Pare che Gioia conosca Diamond dalle medie e deve avere una cotta per lui. Una volta Elisa ne ha fatto un rapido cenno, ma Gioia l’ha troncata lì. Rifiutando Diamond, ho pensato, peraltro non comprometto l’amicizia con le ragazze. Nei miei calcoli però qualcosa è andato storto, perché Gioia ha solidarizzato con lui iniziando a escludermi. Elisa si è trovata in imbarazzo ed ha iniziato a evitarmi.

Io questa cosa dell’astio tra donne la trovo tossica. Tossica tossica. E questa situazione mi dice due cose.
Prima cosa: se questi dovevano essere i miei amici per tutto l’anno, meglio perderli subito.
Seconda cosa: a giudicare le persone, io sono davvero terrificante.

A condire la settimana con ulteriore violenza gratuita, c’è stato anche un episodio capitato a Jackson, un compagno di classe che ancora conosco poco. Lui viene a scuola a piedi ed attraversa la stessa passerella su cui passo anche io. Martedì ero poco dietro di lui quando ho visto che si è fermato davanti a un telo con una scritta in cinese, appeso alla balaustra con svariati assorbenti femminili, quelli esterni con la colla, tutti sporchi di sangue. Lui è stato ad osservare quello schifo per un minuto intero, che è un tempo lunghissimo quando non capisci che succede. Poi ha continuato a camminare come se niente fosse.

Ho chiesto cosa ci fosse scritto su quel telo, e una ragazza mi ha detto che c’era scritto: Jackson Li è una femmina. Ho pensato ad un commento omofobo spietato e cretino. Ma poi, osservando bene Jackson, non ho avuto l’impressione che fosse gay. La preside a metà mattinata l’ha chiamato in ufficio per parlare, ma la cosa è rimasta irrisolta.

Qualcuno ha provveduto a rimuovere il telo, ma non gli assorbenti e la mattina li vediamo lì. A me viene la voglia di prendere coraggio e rimuoverli, ma mi fanno schifo e allora chino la testa e passo oltre.
Questo episodio su Jackson ha lasciato un po’ il segno. Mi è sembrato meno incline a scherzare con i suoi vicini di banco delle prime file.

Esco dallo spogliatoio della palestra per ultima, la campanella è già suonata e le classi sciamano verso il cancello per uscire. Incrocio lo sguardo di Jackson appena esco in cortile, gli sorrido e iniziamo a camminare accanto, in silenzio. La simpatia fra gli oppressi. Il tragitto però dura poco perché oggi torno a casa con la signorina Belli, che non parcheggia alla passerella ma mi aspetta proprio di fronte a scuola.
Con un cenno saluto il compagno e salgo in macchina.

La fila delle macchina è praticamente immobile e dopo una quarantina di metri, fatti in sei o sette minuti, mi trovo a parlare con lei della partita di pallavolo. Lei mi lascia sfogare con uno sguardo che ascolta, ma poi non dice niente.
Arriviamo a casa dopo più di mezz’ora, ma il lato buono delle code è che lei non raggiunge la velocità per sbandare. Un po’ di suspence giusto nelle curve della salita finale e poi trovo il giardino invaso da teli bianchi e cassette di plastica. Ci sono anche delle lunghe pinze giallo canarino.
Al casolare inauguriamo un lungo weekend di raccolta delle olive.

Non mi è permesso di salire sulle scale perché i rami degli ulivi potrebbero cedere se non la metti bene, per cui mi sposto a piccoli passi di pianta in pianta e prendo tutte le olive che riesco ad afferrare.
Passo tutto il venerdì pomeriggio in questa danza pagana e mi svuoto la testa.
Di tanto in tanto mi torna in mente qualche flash della tensione a scuola, ma poi la ripetizione dei gesti mi pulisce: l’occhio che perlustra, il braccio che si allunga, la mano che si riempie e il rumore delle olive che saltano nel cesto. I teli da chiudere come gonne a ruota, attenti a non perdere il raccolto nelle brevi discese. La fatica che mette appetito, i piatti di ribollita a volontà.

Per due sere mi trovo immagini di foglie verdi e argentee sotto le palpebre quando vado a dormire. Frutti verdi e frutti neri, che mi ballano nello sguardo dopo tutta l’attenzione che ho prestato loro.
Domenica invece una grossa perturbazione riempie l’aria di pioggia e restiamo chiusi in casa. Mancherebbero solo 9 piante, ma a queste penserà in settimana il fattore della Villa con cui confiniamo, che prenderà anche tutti i nostri quintali di olive e ci riporterà l’olio nuovo dal frantoio.

Passo quindi la domenica in camera, e si fa spazio dentro di me la consapevolezza che ho una nuvola dentro. É fredda e mi fredda. Provo a pensare alle cose che mi danno linfa vitale, alle radici che mi hanno portato in Italia. Ma appena penso di aver trovato uno spiraglio, la nuvola lo inghiotte e toglie ogni colore.
In Argentina non mi ero mai sentita così. Ho avuto dei momenti atroci, ma senza perdere la mia ironia.

Mi trovo a calcolare a quale ora si sveglierà mia madre, a Buenos Aires, ora che siamo tornati all’ora solare. Però poi non la chiamo e quando lei mi scrive per avere notizie, metto in fila poche vaghe parole.
Io vorrei andare a casa, ma una casa ce l’ho? Cioè, un posto dove io sono io, e sono felice. E le relazioni che vivo sono sane e mi incoraggiano. Dove i Ricardo non hanno piselli a due teste.

Invece mi trovo a guardare la foto che ho fatto a quel telo infamante per Jackson. Lui non è nel gruppo Wapp della classe. Forse anche lui ha una nuvola come la mia, ma non posso parlargliene. Questa storia del divario linguistico è incredibile: non so la lingua di metà dei miei compagni di classe e nessuno parla la mia. Ma come si fa a imparare a comunicare in tutte le lingue del mondo? E poi, farebbe davvero la differenza? Potrei farmi nemica ancora più gente.

Passo il pomeriggio a cercare parole in cinese e trascrivere i caratteri sul cartone delle scatole dei cereali.
Cerco Oliva 橄榄
Cerco Nuvola 云
Cerco Muro 墙

fine prima parte

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