lunedì 12 maggio 2014

Festina ama Villa Romana


Nella bellissima location di Villa Romana a Firenze (via Senese, 68) il prossimo invito aperto è mercoledì 14 maggio. Fondata nel 1905 con l’obiettivo di creare un forum indipendente, specifico e gestito dagli artisti, questa istituzione ha una storia legata a personalità destinate ad ottenere grandi riconoscimenti. Per primo il pittore tedesco Max Klinger investì dei fondi privati raccolti nella cerchia dei suoi amici artisti e acquistò la villa neoclassica, situata alla periferia di Firenze, per farne un atelier. Tra gli artisti che vi soggiornarono nel periodo precedente la prima guerra mondiale vi sono per esempio Georg Kolbe, Max Beckmann, Käthe Kollwitz, Ernst Barlach e Max Pechstein. Dal 1939 la Villa fu costretta a conferire le borse di studio agli artisti proposti dal Ministero per la Propaganda. Tuttavia, anche durante la seconda guerra mondiale il direttore Hans Purrmann riuscì ad ospitare e preservare uno spazio di libertà per gli artisti invisi alla Germania nazista. Nel 1944 la villa fu confiscata dagli Alleati.
Nel 1954, per iniziativa di Hans Purrmann e del presidente della Repubblica Federale Tedesca Theodor Heuss, l'associazione Villa Romana fu rifondata e la villa riaperta. Da allora l'attività di questa istituzione è legata al nome di artisti quali Georg Baselitz, Anna Oppermann, Markus Lüpertz, Christiane Möbus, Michael Buthe e Katharina Grosse.Leggi tutta la storia>>Link
Una villa ed un giardino di oltre un ettaro tutti da scoprire, promotori di iniziative formative e culturali. Sono anni che non resisto alla tentazione di frequentare puntualmente quei luoghi e quelle modalità diverse dal fare all'italiana.
Ecco il programma della serata del 14 maggio (ingresso libero):
- 19.30 inaugurazione della mostra
Il sole sorge ad occidente di Leone Contini
- 20:30 | Lecture: Inge Lyse Hansen, archeologa (Roma)
Come Virgilio ha portato Enea a Butrinto e l'archeologia della storia 
 


Approfondimento sulla mostra:
“Ritrovo in casa una mappa dell’Albania, è datata 1939, l’anno dell’invasione militare italiana. Probabilmente apparteneva a mio nonno, che durante la seconda guerra mondiale prestò servizio nei Balcani. Alcune località con epicentro in Tirana sono evidenziate a matita, puntini e linee che raccontano un tentativo di controllo e di dominio.
Il progetto “riattiva” quei sentieri di guerra, ma da una prospettiva inedita: mi sono dedicato a una meticolosa rete di viaggi, il più possibile fedele ai segni tracciati sulla mappa. Quegli scarabocchi, oggi frammenti insensati che emergono come da un’amnesia, sono stati il pretesto per andare-tornare in quei luoghi e riempire i vuoti generati da una perdita d’informazioni irreversibile, per ripercorrere strade dimenticate, espulse dal ricordo individuale e dalla memoria collettiva. L’Italia ha infatti rimosso dal dibattito pubblico il proprio passato coloniale, come la mia famiglia ha perduto le informazioni private relative alla mappa. Nelle mie mani la carta militare, in origine uno strumento di controllo su popoli e geografie, si è trasformata nella paradossale opportunità di espormi a eventi incontrollabili. Eppure non sono riuscito a perdermi del tutto, nonostante viaggiassi da solo in un paese sconosciuto, guidato da una mappa obsoleta. Venivo da un altrove ma, come intrappolato in diversi gradi di familiarità, non mi sono mai sentito “straniero”̀: al di sopra del logoro substrato coloniale si innesta infatti l’attuale diffusa dimestichezza con la lingua e la cultura italiana. L’origine di questa “intimità” risale al tardo periodo comunista, quando in Albania si costruivano antenne televisive artigianali - e al tempo illegali - per captare il segnale televisivo italiano. L’antenna era un “dispositivo relazionale”, creato per avvicinare l’“altro”, ma allo stesso tempo generava desideri allucinati e impossibili da soddisfare: attraverso la televisione italiana gli Albanesi idealizzavano i simulacri della società capitalista, in una tensione spasmodica verso una falsa promessa. Oggi, nell’era della comunicazione globale, questi dispositivi auto-costruiti sono diventati inutili (quasi tutti sono stati distrutti per recuperarne i metalli), e l’Italia non monopolizza più il desiderio collettivo dei propri vicini. Ma le antenne sopravvivono nella memoria di chi ha vissuto la transizione, e il fossile del segnale elettromagnetico italiano continua a fluire nel cielo tra i due Paesi. Mentre nel sottosuolo albanese i detriti dei fallimenti modernisti del XX secolo aspettano di essere disseppelliti, e fusi nuovamente”.
Leone Contini

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